mercoledì 21 giugno 2017

Le "faccie" della vecchia politica

OVVERO LA SINDROME DI SATURNO

Chi è affetto dalla sindrome di Saturno divora il tempo, lo mangia, lo congela, lo ferma perché non vuole essere sostituito dal Nuovo, dal Prossimo, dal Figlio. E così il portatore della sindrome costringe una fetta di vita a bloccarsi, silurando il futuro con la coccarda costantemente rammendata del passato. La sindrome di Saturno non permette a chi si affaccia dalla balaustra della vita, di essere e divenire”.
Francisco Goya - Saturno divora i suoi figli
Un paese del continuo ritorno al passato, un paese che non vuole cambiare, un paese che, nonostante le badilate del Pierino di Rignano, non vuole rinnovare la propria classe dirigente. Ecco l’Italia del 2017. Uscita trionfante dalla prova referendaria del 4 dicembre 2016, si è trovata presto impantanata in una fetida palude. La fine ingloriosa dell’Italicum e della blanda riforma Costituzionale ha fatto uscire da quel pantano i vecchi arnesi di sempre: famelici alligatori sempre alla ricerca di qualche tana dove acquattarsi. Adusi a galleggiare in tutte le putride acque della politica, si fanno avanti con ferina cautela, dichiarandosi disposti al sacrificio se l’Italia e gli italiani glielo dovessero chiedere. Ed ecco avanzarsi D’Alema che la politica la fa da quando aveva i calzoncini corti. Si considerava un innovatore negli anni ’80, salvo poi scoprire, salito il più alto scranno del potere, di essere l’innovatore del nulla. Affetto da manie saturnine come nessun altro, ha divorato uno dopo l’altro tutti i figli nati nel grembo della negletta sinistra italiana negli ultimi 30 anni. Dopo essersi fatto da parte volontariamente, ora sente l’urgenza di un nuovo impegno, certo, se i cittadini pugliesi glielo dovessero chiedere. State certi che glielo chiederanno, fossero anche soltanto quelli della sua cerchia.

D'Alema-Berlusconi-Bossi-De Mita
De Mita non è da meno e lasciate le carte del tressette e la poltrona di sindaco della sua amata Nusco, alla bella età di 89 anni parte, magari con il suo fido Pagliuca,  per scovare, ovunque essi si trovino, tutti democristiani d’Italia. il Paese chiama e il novello Don Quijote è pronto a montare il suo Ronzinante, sognando gli antichi splendori di una politica ormai morta e sepolta. I mulini a vento sono ancora lontani, ma l'hidalgo Ciriaco è già pronto alla tenzone.
Neppure Bossi, nonostante i problemi di salute, disdegna una sua nuova investitura. Quel Salvini non ha la stoffa del leader e quel che è peggio, è che per accaparrarsi una manciata di voti di qualche terrone, ha perso di vista il fine ultimo dell’impegno politico della Lega: l’indipendenza da questo Stato di ladroni, la secessione.
L’eterno è però Berlusconi. Per la sua ennesima discesa in campo sembra si sia inventato “L’albero della libertà". Il logo è già pronto: un frondoso albero con profonde radici e frutti succosi. Le radici sono i principi: libertà, democrazia, valori occidentali. I rami sono i problemi, i frutti le soluzioni. Insomma l’ennesima operazione di maquillage, di quelle che l’hanno reso un morto vivente, una mummia che non vuole saperne di mollare la presa, di lasciare ad altri la fatica e la gioia di proseguire il viaggio. E questo, nonostante la legge Severino, gli scandali di olgettine, papi e nipoti di Mubarak, i disastri governativi che hanno portato l'Italia al fallimento. 

L’Italia di oggi sembra sentire forte un desiderio di morte. Ma un Paese che guarda solo al passato, che non lascia andare via i morti, non vive, non ha speranza, non ha futuro.

martedì 30 maggio 2017

Caso Moretti

Ovvero il male oscuro dell'Italia

Strana città Chiari. Accade un fatto di una gravità assoluta, qualcosa che avrebbe dovuto riempire per giorni le bacheche di politici e semplici cittadini, eppure nessuno ne parla. Non dico dei leghisti per i quali è moralmente più grave che un extracomunitario rubi una mela di quanto non lo sia una truffa di 20 milioni ai danni dello Stato da parte di un italiano. 

Enio Moretti

Eppure la condanna in appello di colui che assieme all’ex Sindaco e Senatore è stato il dominus della politica clarense per oltre un decennio, qualche riflessione avrebbe dovuto sollecitarla. 
Forse è passato il concetto tanto caro ai rappresentanti leghisti che in ogni caso si tratta di fatti privati e nessuno deve avere il diritto di parlarne, di farne una questione di polemica politica. Io, che di quei proclami me ne infischio, dico che la condanna in appello di Ennio Moretti è la cosa politicamente più rilevante avvenuta a Chiari negli ultimi 30 anni. 

L'ex Sindaco di Chiari Sandro Mazzatorta e Enio Moretti
Ancora più grave del fallimento del Polo della Cultura, ancora più grave del fallimento delle Fondazioni clarensi. Fatti per i quali, è bene ricordarlo, non ci sono parole per esprimere il disprezzo e la condanna nei confronti di coloro che hanno sperperato soldi pubblici e dissipato gli ingenti patrimoni lasciatici dai nostri padri per provvedere alle esigenze dei più deboli fra i cittadini clarensi. 
Tutto tace. Oramai siamo così assuefatti alla corruzione e al malaffare che tutto sembra rientrare nell’ordinaria amministrazione. “L’Italia di oggi è così, cosa ci possiamo fare?” No signori, qualcosa si può  fare, a iniziare da una sana e civile ribellione contro quello che è, assieme allo strapotere mafioso, il male oscuro dell’Italia.

mercoledì 12 aprile 2017

Tessoro

Nell’aprile del 2010 il Consigliere Comunale del PD Federico Lorini, elaborò una tabella in cui venivano elencati dettagliatamente i costi fino ad allora sostenuti per il fantomatico Polo della Cultura. Le cifre erano impressionanti. 
Da InformaChiari dell'aprile 2010

A distanza di sette anni quel conto, già salatissimo, dovrebbe essere aggiornato. Vanno aggiunti infatti i soldi per spese legali e perizie tecniche e gli interessi su tutte le somme impegnate dal Comune. Arriveremmo senza alcun dubbio alla cifra “monstre” di circa 3 milioni di euro.  
Ammesso e non concesso che l’Amministrazione di Chiari riesca a portare a casa 470 mila euro, più spese legali e interessi, così come previsto nella sentenza del Tribunale di Brescia, quanto sarà grande il buco lasciatoci dalle Giunte dell’ex Senatore Mazzatorta? Probabilmente parliamo di una cifra che si avvicina ai 2milioni e mezzo di euro.

Il cantiere del Polo della Cultura

Ebbene, di fronte a questo disastro finanziario che avrebbe sotterrato qualsiasi amministrazione comunale e costretto i responsabili a fare i conti con la giustizia, qualcuno oggi gioisce e sproloquia di tesoretti trovati sotto il campo dei miracoli del Polo della Cultura e di pioggia di soldi che cadono dal cielo sulla testa degli attuali amministratori.
Ora secondo il nostro Codice Civile (art. 932), “tesoro” è “qualunque cosa mobile di pregio, nascosta o sotterrata, di cui nessuno può provare di essere proprietario”. Il Comune di Chiari quei denari non li trova fra le macerie del Polo della Cultura. Erano denari che appartenevano alla città, ai suoi cittadini. Denari versati a fondo perduto dalla Giunta Mazzatorta nelle casse della società Eleca per i lavori del Polo della Cultura. Nessun tesoro quindi, ma soldi anticipati che devono rientrare nella disponibilità del Comune dopo la fine ingloriosa di quella operazione, definita da un rappresentante dell’allora maggioranza “un progetto morto, un cadavere da tumulare”. 

Le macerie del Cinema Comunale


Dopo quasi dieci anni non si è ancora riusciti a mettere la parola fine a questo disastroso fallimento che resterà nella storia della nostra città come il suggello di una stagione dissennata e sprecona. Gli eredi di quella “politica del fare disastri” e i loro corifei sempre pronti a reggere loro la coda, sono ancora lì ad abbaiare alla luna, sognando tesoretti e pioggia di denari quasi a voler esorcizzare il grave danno che hanno arrecato alla città.

venerdì 12 agosto 2016

Lo strano caso del parcheggio Conad

Qualcuno di voi forse ricorderà le polemiche fatte da questo Blog contro la Giunta Mazzatorta per l’ostinata e compulsiva volontà di vendita del patrimonio comunale accumulato nei decenni dalle Amministrazioni precedenti. In dieci anni gli uomini del fare disastri hanno venduto tutto, dalla farmacia ai magazzini comunali, da appartamenti ad appezzamenti di terreni. Per vendere l’area di via Ricci attigua all’Istituto Einaudi si è passati da un’asta all’altra fino a dichiarare la disponibilità del Comune a svenderla a prezzi di realizzo. Purtroppo la crisi dell’edilizia non ha permesso questo ulteriore danno. Negli ultimi tempi di quella esperienza amministrativa, per incassare qualche spicciolo che servisse a rabberciare il malmesso bilancio comunale, si è perfino arrivati  a mettere in vendita veri e propri fazzoletti di terra.

ex Farmacia Comunale di Chiari
Eppure questi signori, sempre all’affannosa ricerca di un qualche tesoretto su cui mettere le mani, hanno lasciato nella disponibilità della Società Conad un‘area di oltre 10mila mq . Perché? Cosa li ha spinti a fare una cosa tanto insensata e irrazionale?
Come ci informa Federico Lorini, rappresentante dell’Ufficio di Staff del Sindaco con competenza sulle politiche abitative e di governo del territorio (vedi Amministrazione Trasparente del luglio 2016 pag. 18) “nel luglio 2009, tramite una variante al Piano Regolatore Generale che ha trasformato una vasta area di via Vecchia per Castelcovati da agricola ad edificabile, è stato approvato in Consiglio Comunale il progetto di insediamento del Supermercato Conad. Nella realizzazione di tale progetto è stata coinvolta un’area di circa 10mila mq di proprietà del Comune di Chiari: tale area corrisponde all’intero parcheggio che ospita il deposito carrelli. Elemento importante da considerare è che senza la disponibilità di tale area l’intervento edilizio non sarebbe stato possibile… Ognuno può immaginare quale sarebbe stato il comportamento di qualsiasi privato che si fosse trovato in possesso di quell’area” 
Ma non è finita. “L’Amministrazione Comunale” è sempre Lorini a parlare “oltre a mettere a disposizione i suoi 10mila mq di area, anziché incamerare gli oneri urbanistici (circa 225 mila euro) ha chiesto a Conad di spenderli su questa stessa area per realizzarvi il parcheggio” utilizzato, aggiungiamo noi, dai clienti dello stesso supermercato.

Area parcheggio Supermercato Conad

Ora io domando:
  1. una società chiede di realizzare un supermercato vicino a un’area di proprietà comunale. Senza quell’area essa non può realizzare alcunché. Tu Comune, ammesso e non concesso che sia interessato all’ennesimo insediamento commerciale sul tuo territorio e non sai cosa fartene di quell’area, perché non gliela vendi? Perché ti astieni dal realizzare per le casse comunali un valore che allora poteva essere di circa 800mila euro? Cosa ti spinge a metterla semplicemente a disposizione di Conad? Cosa hai avuto in cambio? Cosa ne hanno ricavato i cittadini?
  2. perché invece di incassare 225mila euro di oneri urbanistici è stato chiesto a Conad di realizzare sulla stessa area un parcheggio che serve il supermercato, quindi a tutto beneficio di Conad?

Insomma, due danni per la città per nulla giustificabili e uno scandalo rimasto in ombra e neppure messo nella giusta luce dall’attuale Giunta.
Oggi, grazie al lavoro certosino svolto da Federico Lorini, il Comune è rientrato in possesso dell’area e l’ha venduta, guarda caso a Conad, per la cifra di 500 mila euro. Una somma importante che può essere spesa a beneficio della Città, una somma che rischiava di rimanere nel dimenticatoio, sepolta fra le intricate scartoffie comunali. Rimane un dubbio su un’operazione a dir poco strana, inverosimile e sicuramente poco chiara. 
Chiari - Area parcheggio supermercato Conad

Forse gli ex Amministratori oggi presenti in Consiglio Comunale potrebbero spiegarci più dettagliatamente i termini della questione e in particolare dirci chi ha seguito l’operazione e trattato con la società Conad. Gli si potrebbero rivolgere domande alquanto interessanti, anche perché, come tutti sanno, l’interesse è figlio del diavolo e la sua coda la si trova sempre nei dettagli.
Una cosa la potrebbero fare anche gli attuali Amministratori. L’operazione è stata sicuramente seguita anche da dirigenti comunali. Sono gli stessi che c’erano durante l’Amministrazione Mazzatorta. Una relazione dettagliata su come si è svolta la trattativa la si potrebbe chiedere, come si potrebbe porre qualche domandina maliziosa. Lo stesso potrebbero fare i partiti presenti in Consiglio Comunale.
Una cosa infine la potrebbero fare i giornalisti d’assalto che curano da vicino le vicende clarensi. Qui c’è qualcosa di ben più importante del furto della cassetta delle elemosine, c’è qualcosa il cui puzzo di bruciato si sente lontano un miglio. Rinunciare per una volta al piccolo ruolo di passa veline e cercare di andare al fondo delle questioni, non è cosa che possa nuocere alla propria carriera, anzi.

Dipendesse da noi proporremmo i vecchi amministratori per una onorificenza civica. Il valore, specie quando è indirizzato a tutelare il primario interesse dei cittadini, va sempre premiato.

martedì 12 luglio 2016

Inseguire fantasmi

Allora, vediamo! È due anni che la Lega ce la sta menando con la situazione Sicurezza fuori controllo a Chiari. È due anni, cioè da quando hanno preso la batosta elettorale, che stanno facendo e scrivendo cose da pazzi per accreditare una presunta verità: la Sicurezza a Chiari è fuori controllo a causa della sottovalutazione del problema da parte della Giunta Vizzardi. Prima, cioè quando governava Mazzatorta, il Sindaco che aveva speso montagne di soldi per aerei poliziotto, ronde padane e distaccamenti di polizia, si stava molto meglio e le persone passeggiavano per le vie del centro anche di notte e a casa stavano con porte e finestre aperte, tanto nessuno veniva a disturbare i loro sonni. 


In questi due anni, sui siti e profili dei vari attivisti e simpatizzanti leghisti, sono stati scritti fiumi di parole, con commenti che spesso hanno rasentato l’incitamento all’odio razziale e alla violenza, per non dire l’istigazione a delinquere. Se ciò non bastasse, si sono messi in mezzo anche i giornali. I soliti megafoni in servizio permanente effettivo, hanno dato il meglio di sé nel realizzare articoli a quattro colonne per il furto della cassetta dell’elemosina. Lo scopo era quello di dimostrare che Chiari, da piccola Atene qual era, si era trasformata in poco tempo in una landa desolata dove la facevano da padroni ladri e tagliagole.

Oggi vengono resi noti i dati forniti dalla Prefettura di Brescia, unica autorità in grado di dire una parola certa sul PROBLEMA SICUREZZA. Guarda guarda! La piccola Atene dei tempi di Mazzatorta era solo una fantasia mediatica e anche allora come oggi, si commettevano furti, rapine, atti vandalici e truffe. Anzi a ben vedere la situazione era ancora più grave, nonostante i soldi spesi senza ritegno.
È quello che ho scritto varie volte su questo Blog, prendendomi critiche e rampogne dai vari signori “so tutto io”. I dati tuttavia hanno una loro cocciutaggine e la realtà si può manipolare fino a un certo punto, ma non per sempre. 
Pur di non recedere di fronte all’evidenza, ora si cerca di asserire che i dati non corrispondono a verità e che un conto è il furto di una bicicletta e un conto il furto in un appartamento. Siamo d’accordo. Il Sindaco ha promesso altri dati. Aspettiamo!


Poiché questo rappresenta in ogni caso un colpo, la Lega ha pensato bene di  rilanciare, organizzando un sit-in in Piazza del Granaio per mettere in evidenza l’allarme profughi, un problema che come tutti sanno lascia inquieti i clarensi.  Sono stati chiamati a raccolta attivisti e dirigenti provinciali, regionali e naturalmente i soliti megafoni accorsi a dare una mano ai vecchi amici.
Avrebbe dovuto essere un gran raduno di folla e invece è stato un flop memorabile. Togli i dirigenti locali, provinciali e regionali, in piazza del Granaio non c’era nessuno, segno che i clarensi non sono così ansiosi e che la Lega continua a inseguire i suoi fantasmi. Un grande risultato, non c’è che dire!

sabato 9 luglio 2016

McDonald's a 5 Stelle

Cos’è che ha determinato il successo di McDonald’s in tutto il mondo?
Innanzitutto il prodotto. Il prodotto McDonald’s è fatto per andare incontro ai gusti di una larga platea di possibili clienti. Gli elementi sono semplici: pane morbido e leggermente dolce, carne premacinata che non richiede, al pari del pane, molto sforzo nel masticarla, salse varie per conferire alla stessa un sapore gustoso, insalata, formaggio fuso. 
Il secondo elemento è dato dal ferreo controllo della produzione e della distribuzione. 
Il terzo elemento è la standardizzazione. In qualunque negozio McDonald’s tu entri, troverai sempre gli stessi prodotti che hanno tutti lo stesso sapore. La standardizzazione del prodotto mette il cliente al riparo da brutte sorprese. Quando entri in questi fast food ti aspetti di mangiare quello che poi effettivamente mangerai. Non c’è un panino diverso dall’altro, un servizio diverso secondo il posto. Tutto è omologato.
Il quarto elemento è il prezzo. Un prezzo contenuto che dà la possibilità di soddisfare la fame con poca spesa.
Il quinto elemento è il servizio. È un servizio self-service rapido. Il tempo di decidere cosa prendere e sei subito servito: un Big Mac con patatine e una Coca. Una delizia. 
Il sesto elemento è il marketing. È l’elemento determinante. È quello che permette di vendere un prodotto di scarso valore in tutto il mondo. Il marketing è fatto di marchio. Il marchio McDonald’s lo trovate in tutto il mondo, anche nei posti più sperduti. Poiché è un prodotto indirizzato per lo più a una clientela giovane, tutta l’organizzazione deve rispondere a canoni giovanilistici. E così i dipendenti sono giovani, i negozi  scintillanti, gli incarti e le tovagliette accattivanti. Il cliente McDonald’s è un cliente giovane, che entra in un ambiente dove ci sono giovani. Questo elemento identitario è determinante.

Big Mac a 5 Stelle


Valutate ora quanto affine sia il M5S al mondo McDonald’s.

Prodotto, controllo, standardizzazione e marketing sono elementi che hanno determinato il successo del Movimento.
Anche il M5S elabora prodotti buoni per una certa fascia di mercato. Fascia poco incline a farsi domande sulla qualità del prodotto, ma sicuramente disponibile a consumare idee e proposte preconfezionate.
Il controllo su ciò che si produce (proposta politica - linguaggio)  e su come lo si distribuisce attraverso i vari canali mediatici, per avere valore deve essere ferreo. Affinché non si crei una insopportabile cacofonia, la narrazione deve avere il carattere dell’univocità e rimanere quindi nelle mani di Casaleggio e Grillo. Se non c'è questo viene giù tutto come un castello di carta.
La standardizzazione dell’offerta politica è un tratto distintivo del Movimento. Tutti parlano la stessa lingua, tutti usano gli stessi termini, tutti si muovono nella stessa direzione. Al pari dei McDonald’s, la più grande impresa fordista ancora esistente al mondo, l’attivista del M5S viene istruito rigorosamente. Egli sa perfettamente cosa deve fare, cosa deve dire, dove deve dirlo e il suo lavoro è complementare a quello di tutti gli altri. Non sono ammessi intralci, altrimenti il sistema entra in difficoltà.
Quello che avviene nei McDonald’s, dove i lavoratori vengono tenuti sotto controllo dalle macchine stesse, avviene anche nel M5S. Il controllo è esercitato da Grillo e dalla Casaleggio Associati che funzionano come inibitori. E se lì il dosatore di bibite si ferma automaticamente quando il bicchiere è pieno o la friggitrice avverte quando le patatine sono croccanti, qui Grillo e Casaleggio ti dicono qual è il limite della tua autonomia e quando è arrivato il momento di fermarsi. L’esempio della Raggi a Roma è l’ultimo in ordine di tempo.
La formazione del personale politico non richiede un grande impegno di conoscenza. L’importante è eseguire bene le poche indicazioni date dal Blog che rappresenta agli occhi dei fanatici sostenitori del movimento l’unica fonte di verità.

Virginia Raggi
L’esperienza della Raggi a Roma ha dato la misura di quanto importante sia il  “controllo” e il “marketing”.  Tutto quello che è stato fatto è stato costruito a tavolino attraverso una notevole operazione mediatica che ha messo al centro più che il programma la persona. Le poche proposte fatte dalla candidata del M5S erano risibili. Ella però aveva un valore mediatico innegabile che è stato imposto all’attenzione dell’opinione pubblica attraverso una campagna di marketing mirata e ben orchestrata. Anche l’ultima trovata del bambino portato in Consiglio Comunale risponde a questa esigenza.
C’è chi dice che il marketing non basta a sostenere un prodotto non buono. L’esempio McDonald’s dovrebbe farci capire che non sempre è così.

Resta da capire però se questo meccanismo, che ha in sé i germi di un nuovo tipo di fascismo, possa reggere nei tempi lunghi. Finora ha retto perché il Movimento non ha dovuto affrontare il problema del governo in realtà significative. Oggi si trova a un bivio. Raggi e Appendino devono dimostrare al mondo che al di là delle parole c’è anche la sostanza. Inoltre esse non possono essere controllate in ogni loro decisione, anche perché nelle loro giunte sono presenti personalità non direttamente riconducibili al Movimento. Si riuscirà a trovare una sintesi fra le varie esigenze o le frizioni arriveranno a un punto di rottura irreparabile? Una risposta a questo quesito ce la può dare solo il tempo.

sabato 2 luglio 2016

The Floating Piers

La grandiosa opera di ChristoThe Floating Piers”  ha destato, com’era prevedibile, molto interesse e molte perplessità. L’interesse è testimoniato dalle tante persone che hanno deciso, nonostante i disagi, di partecipare a questo evento, le perplessità riguardano l’idea che una installazione del genere possa essere considerata opera d’arte. “Come può definirsi opera d’arte qualcosa che non dura nel tempo ed esaurisce la sua funzione in 15 giorni?”  Già questo fatto dovrebbe escludere l’opera di Christo dal novero delle opere d’arte. Il Laocoonte, il David di Michelangelo, King and Queen di Henry Moore sono opere destinate a resistere all’usura del tempo e quindi, in quanto immortali, sono considerate opere d’arte.

La durata nel tempo però non può essere il metro per considerare una creazione dell’uomo un’opera d’arte. Anche il Partenone è un’opera d’arte come lo è la Venere di Milo o il Cenacolo di Leonardo. Eppure quelle che noi chiamiamo indiscusse opere d’arte non sono più quelle che all’origine erano state create dalla mente e dalla abilità dell’uomo. Il Partenone non ha più le sue metope e le sue colonne originali, come la Venere di Milo non ha più le sue braccia e il Cenacolo di Leonardo è la parvenza di quello che aveva ideato il grande vinciano. Come si vede, anche le opere nate per durare nel tempo si sono mutate.
Se questo è vero, potremmo tranquillamente affermare che tutta l’arte è effimera. Magari ci vorranno secoli o millenni o centinaia di migliaia di anni, ma alla fine tutto quello che ha creato l’uomo è destinato prima o poi a scomparire.
Quindi, se anche le opere create per durare subiscono le ingiurie del tempo, perché non dovrebbero essere considerate opere d’arte le moderne, molto spesso create con materiale povero e quindi deperibile?


L’effimero è anzi il tratto distintivo dell’opera d’arte moderna e lo è in quanto essa è lo specchio della nostra società, mutevole, inafferrabile, transitoria, liquida. Nessun artista oggi pensa che la sua opera durerà nei secoli. Pensa piuttosto che la sua opera, ambigua e contraddittoria, possa interpretare la realtà dell’oggi.
Guardiamo le città. Non dico le nostre ancorate al concetto del conservare a tutti i costi. Guardiamo le città moderne. Il paesaggio urbano non è mai lo stesso. È mutevole, cangiante, straniante. E lì dove c’era un vecchio quartiere oggi ci sono grattacieli immensi e dove c’era una ferrovia oggi vedi un parco urbano. 
La stessa opera architettonica sembra aver perso corporeità. I grandi architetti fanno a gara a chi riesce a rendere la propria opera più leggera e diafana (vedi le  nuvole di Fuksas o le creazioni di Zaha Hadid).


Le opere di Christo sono per definizione effimere. La durabilità non è una cosa che lo interessi. Lo interessa di più la provocazione, la meraviglia, lo stupore. Quando solo salito sulla piattaforma, che dico, ancora prima di metterci piede, ho pensato che solo un artista visionario poteva immaginare una cosa simile, solo chi non è ancorato agli schemi vecchi di un’arte che deve seguire determinati canoni. Forse anche i grandi artisti dei tempi passati, coloro che con le loro opere hanno innovato il modo di dipingere, di scolpire o costruire, devono essere apparsi agli occhi di molti loro contemporanei dei pazzi. Il mondo ha bisogno di pazzi per progredire, di persone che sanno vedere al di là delle convenzioni.


La migliore definizione che sono riuscito a trovare per l’opera di Christo è questa: “progetto effimero contemporaneo dalla liquida sostanza performativa”.
Liquida sostanza performativa. La sensazione che si prova sulla piattaforma a piedi nudi è quella della instabilità, la stessa che si prova stando su una barca. Ma sulla barca stai fermo, mentre qui cammini, parli, ammiri, fotografi, mentre avverti questo leggero stato di precarietà di fronte alla mutevolezza del paesaggio. Un’opera d’arte che si fa usare. Certo l’ammiri in tutta la sua stupefacente grandiosità, ma tu sei parte dell’opera. Se fosse una piattaforma galleggiante messa lì per essere vista da lontano, non avrebbe molto senso. Il suo senso è dato dalla sua capacità di essere goduta in tutta la sua discreta pervasività. Questo suo attraversare il lago, entrare nel paese, abbracciare un’isola poi ancora indietro, senza che ciò comporti la minima devastazione ambientale.
“Coscienza dell’effimero”. Se non si ha coscienza  dell’effimero non solo non si può capire l’arte moderna, ma neppure la realtà contingente. Mi fa strano che coloro che portano avanti una critica totale alla politica classica, fatta di partiti organizzati, di istituzioni strutturate, non riescano a capire il valore di questa coscienza. La società sta cambiando rapidamente e la politica, come l’economia, le istituzioni,  l’istruzione, l’informazione devono adeguarsi di conseguenza. Dobbiamo attrezzarci a governare una realtà mutevole. Rimanere fermi a vecchi schemi è come guardare un’opera d’arte e vederci solo una passerella.

giovedì 30 giugno 2016

Egolatria a 5 Stelle

 "Il desiderio è che da oggi tutti i cittadini siano coinvolti e partecipi nel progetto di cambiamento della città. Per questo motivo creeremo dei sistemi di partecipazione attiva alla vita pubblica, sia attraverso i nuovi strumenti digitali che attraverso il più classico dei modi, ovvero il colloquio personale. Motivo per cui io e la mia Giunta dedicheremo un giorno al mese a ricevere i cittadini che lo richiedono" (Chiara Appendino).


Chiara Appendino non dice nulla di nuovo. Il suo desiderio di vedere “tutti i cittadini coinvolti e partecipi nel progetto di cambiamento della città”, è il desiderio espresso da tutti i sindaci e amministratori di questo mondo all’inizio del loro mandato. Tutti animati dalla voglia di coinvolgere i cittadini nel loro progetto di cambiamento, tutti desiderosi di allargare la base partecipativa delle decisioni. Peccato che poi nella realtà dei fatti, di fronte alla complessità dei problemi, questa voglia viene meno e la partecipazione si riduce a cosa del tutto marginale. È avvenuto in passato, avverrà ancora in futuro.
Chiara Appendino Sindaco di Torino
Questo succede perché all’inizio di ogni esperienza amministrativa il potere è fragile, per cui è necessario avere l’appoggio dei cittadini o almeno di una parte di essi. Quando il potere si assesta allora il desiderio di partecipazione si riduce, tant’è che col passare del tempo emergono atteggiamenti di fastidio per le critiche ricevute. Il potere, grande e piccolo che sia, mal sopporta le critiche, specie quando queste arrivano dalla propria parte. Allora si parla di smarrimento dell’iniziale carica se non di tradimento. Il potere spesso intende la partecipazione come iniziativa a supporto. Infatti si preferiscono i supporter ai cittadini attivi.
Forme di partecipazione diretta dei cittadini sono state sperimentate un po’ ovunque, ma quasi sempre al fervore iniziale sono subentrati stanchezza, apatia e disinteresse. Il fatto non mi meraviglia. La politica è attività complessa e amministrare lo è ancora di più. Pensare di avere un’opinione pubblica in servizio permanente effettivo è fatto del tutto illusorio.
Partecipazione è conoscenza, è responsabilità, è confronto, è rispetto delle idee altrui. In giro io non vedo questo. Vedo anzi una protervia che inquieta, una innata incapacità al confronto, una violenza verbale inaudita.

Parlare di politica partecipativa quando le decisioni vengono prese in ambiti molto ristretti e divulgate attraverso un blog assunto come novella bibbia, è l’esatto contrario della partecipazione. Qui non si vogliono cittadini coscienti dei loro diritti e dei loro doveri, si vogliono piuttosto fanatici adoratori di un feticcio, ottusi replicanti di un verbo osceno, intolleranti fondamentalisti che riempiono delle loro volgari giaculatorie i nuovi templi dei social media. No, mi dispiace, ma in questo non ci trovo nulla di nuovo. È solo l’antico vizio che si ripropone in forme nuove. 

Quando ho visto Grillo affacciarsi alla finestra dell’albergo o quando qualcuno ha parlato di nuova marcia su Roma, mi son venuti i brividi. I tratti di un nuovo fascismo ci sono tutti. Le piazze reali dove una volta convenivano folle oceaniche per osannare il capo, sono state sostituite da piazze virtuali. Il balcone non c’è più, ma in cima al palazzo mediatico, affacciato allo screen invece che alla finestra, il capo è uno solo. Il manganello è stato sostituito dalla parola usata come clava. Il “vaffa” è il grido di guerra dei nuovi rivoluzionari. L’avversario in quanto tale va sbeffeggiato, irriso, distrutto. La volgarità di espressione è il tratto distintivo di questo movimento nato sull’onda di un’antipolitica ottusa e irrazionale, alimentato dai vizi di una politica che fatica a emendarsi, a trovare in sé il senso di una nuova moralità. Dire “noi siamo onesti” non significa niente. Governate prima, affrontate giornalmente i problemi che il governare comporta e poi ne parliamo. Il povero Pizzarotti, persona che io stimo, è stato messo in croce. A governare si sbaglia e anche se sei il sindaco più irreprensibile, non è detto che non ti succeda di ricevere un avviso di garanzia per un’indagine avviata dalla magistratura. Se “bufala” è un termine infelice per definire questo desiderio di partecipazione da parte dei politici all'inizio del loro mandato amministrativo, nel caso specifico dei 5 Stelle forse è più corretto usare il termine “imbroglio”.

venerdì 24 giugno 2016

Europa matrigna?


Quello che segue è un articolo che avevo scritto nel settembre 2008, appena scoppiata la crisi dei mutui sub-prime:

"Avete mai pensato come la nostra esistenza sia spesso soggetta a un senso di assoluta precarietà?
Partiamo per le vacanze e al nostro ritorno non troviamo più la casa: andata in fumo per un corto circuito. Prima eravamo pieni di fiducia nell’avvenire, oggi siamo piombati in una situazione di sconforto e depressione.
Guardate cosa è capitato in questi ultimi giorni. Ci siamo distratti un momento e in quella frazione di secondo il mondo é cambiatoIrrimediabilmente. Non un piccolo cambiamento che non disturba i nostri sonni, ma un cambiamento epocale, di quelli che accadono una volta in un secolo.
La crisi scatenata dai cosiddetti mutui sub-prime e che ha visto coinvolte in un gigantesco crack colossi d’acciaio quali Lehman Brothers, Merryll Linch, Aig, Freddie Mac e Fannie Mae, non è di quelle che possiamo liquidare con una alzata di spalle. Si tratta di cose americane, di fatti loro. Hanno fatto il guaio e allora che se la sbrighino. No, quei fatti ci interessano da vicino eccome. E se non ci hanno messo abbastanza in allarme le cadute rovinose delle borse mondiali di questi giorni, ci penseranno i fatti, nei mesi e negli anni avvenire, a ricordarci che qui e ora un mondo è finito.
Il Governo americano, per correre ai ripari e per evitare un disastroso effetto domino che non avrebbe risparmiato niente e nessuno, ha messo sul piatto qualcosa come 700 miliardi di dollari. Una cifra tanto grande da non poterla neppure immaginare. Non soldi per investimenti, opere pubbliche, sostegno alle imprese o ai lavoratori. No, soldi che serviranno a comprare debiti. Cioè quella montagna di carta straccia creata dai guru della finanza e di cui sono piene le banche d’America e di tutto il mondo. Un marciume che intossica i bilanci e fa perdere quel bene essenziale che è la fiducia, senza il quale non c’è economia che possa tenere.
Il nostro querulo ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ha avuto la premura di rassicurarci dicendo che le crisi ci sono, si superano e i paesi manufatturieri come l’Italia ne possono uscire più forti. Io non sarei tanto sicuro sulle nostre “magnifiche sorti e progressive”. Se la crisi diventerà più dura, può rendere molto oscuro il nostro orizzonte.
In inglese “blue” vuol dire blu, ma anche depresso. Ecco, gli americani all’inizio di questo nuovo millennio sembrano proprio “blue”e noi con loro".

Quando si parla di Europa matrigna forse ci si dimentica cosa è accaduto in questi anni.
La crisi che ha interessato i mercati finanziari nel 2008 è stata peggiore di quella vissuta nel 1929. Allora, milioni di persone sono passati da una situazione di sostanziale benessere a una situazione di grave indigenza. I film di allora, epici quelli di Chaplin, sono lì a testimoniarlo.

Se in questi anni non ci siamo ridotti a quei livelli è perché è intervenuto un cordone sanitario che bene o male ha limitato gli effetti della crisi. Non è stato sufficiente, si poteva fare di più? Tutto quello che volete. Non ci fosse stata l'Europa, le singole Nazioni sarebbero state dei piccoli vascelli in mezzo a una tempesta perfetta.
Noi in quel mare agitato ci siamo ancora. Qualcuno pensa che sganciandosi dalla formazione ha maggiori possibilità di sviluppo. La Gran Bretagna da questo punto di vista è la più attrezzata, ma se l'effetto della Brexit sarà la dissoluzione dello Stato, con Scozia e Irlanda del nord che se ne vanno, allora l'Inghilterra e il Galles da soli rischiano grosso. Sicuramente non è auspicabile, per il loro stesso interesse, che l'esempio venga seguito da altri.

giovedì 23 giugno 2016

Il peggiore

Massimo D’Alema, quando i suoi molteplici impegni glielo consentono, rilascia delle  memorabili interviste con le quali, come si diceva una volta, detta la linea. Nell’ultima, rilasciata ad Aldo Cazzullo del Corriere della Sera, imputa a Renzi di aver rottamato il PD.
Singolare che ciò venga detto da un personaggio universalmente conosciuto come “il risolutore”. Nel corso della sua lunga carriera infatti, ha fatto fuori in successione Occhetto, Prodi, Veltroni e qualche problema l’ha pure creato a Fassino e a Bersani. 
Singolare è non proferire una pur minima parola di autocritica. Se il PD è messo male certo la massima responsabilità è di Renzi che ne è il segretario, ma non si può certo dire che la minoranza non abbia le sue colpe. 

Quando giornalmente si segano le gambe del tavolo o si afferma che Renzi è un usurpatore, un alieno caduto dal cielo, un accidente, poi non si può pretendere che ci sia entusiasmo da parte dell’elettorato PD posto a sinistra.
Dire che il partito è stato rottamato da Renzi significa dimenticare cosa era il partito durante la segreteria Bersani: la vittoria “mutilata”, la rumorosa protesta della base quando a successore di Napolitano si scelse Marini, l’impallinamento di Prodi, la rielezione di Napolitano perché non si riusciva a trovare una persona che mettesse d’accordo tutti, il PD praticamente commissariato, la vergogna dell’incontro con Grillo in diretta streaming. Insomma un partito allo stremo.
E oggi si viene a dire che Renzi ha rottamato il partito? Il partito è stato rottamato da una sinistra autolesionista, la sinistra sempre perdente dei fuoriusciti Civati, Cofferati, Fassina, Mineo, D’Attorre, la sinistra di chi la lotta, feroce e sorda, l’ha portata all’interno del partito senza esclusione di colpi.
Se Renzi ha avuto praterie davanti, se alle primarie è stato votato da tanti che prima avevano votato Bersani, è perché la sinistra ha fallito, si è auto eliminata.
Oggi D’Alema si pone alla testa di coloro che si propongono di far fuori il Segretario. Non dall’esterno con la fondazione un nuovo partito, anche se ciò non è escluso, ma dall’interno con un’opposizione brutale.

La linea è chiara. Al referendum vincono i NO, Renzi come promesso si dimette da Presidente del Consiglio e da Segretario, il PD viene momentaneamente retto da un organo collegiale, la solita oligarchia di partito, si forma un nuovo governo perché  “servirebbe una nuova legge elettorale”, si va al voto. Nel frattempo il PD indice un nuovo congresso, si elegge un nuovo segretario, si vota una linea politica che dovrebbe avere come obiettivo la ricostituzione dell’Ulivo, un novello morto che parla, la sinistra finalmente si riappropria di una cosa che gli appartiene di diritto. La restaurazione è completata.
Peccato che questo percorso sia irto di ostacoli. Renzi si può anche dimettere da Presidente del Consiglio e da Segretario, ma nulla è possibile in questo parlamento senza l’accordo con il PD. E il gruppo parlamentare del PD, benché votato sotto Bersani, è in maggioranza renziano.
Pensa D’Alema che una volta fatto fuori Renzi, la strada gli sia spianata per realizzare i soliti inciuci tipici della prima Repubblica?
Il rischio è di trovarsi di fronte a macerie, un paesaggio desolato dove avranno la meglio le forze oltranziste del populismo e del massimalismo. Forse a quel punto D’Alema e compagni potranno fare la loro battaglia di opposizione contenti di valere  come il due di coppe quando la briscola è a bastoni.