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martedì 29 maggio 2012

I giovani in piazza contro la mafia

Foto scattate esattamente 2 anni fa, in occasione 
della presentazione del libro di Giuseppe Ayala 
"Chi ha paura muore ogni giorno"

Per avviare il video clicca qui

mercoledì 2 novembre 2011

PD a corrente alternata


Ultimamente sembra che l’occupazione principale di molti rappresentanti del Partito Democratico sia quella di dividersi in correnti. Certo, la parola corrente non è mai usata, si preferisce parlare di componenti o centri di iniziative politiche e culturali, di fondazioni. Appare chiaro però che queste componenti, centri o fondazioni che siano, sono i modi attraverso cui il partito cerca di organizzarsi  in correnti. Lo capisce anche un bambino.
Qualcuno ne ha contate ben 17, numero che potrebbe far impallidire quello in cui era divisa la defunta Democrazia Cristiana.
Ora se tutto questo darsi da fare fosse indirizzato a rendere più forte e democratico il partito, forse non ci sarebbe molto da dire. Un grande partito è un monolito solo nei regimi autoritari e forse neanche in quelli. Diciamo che all’interno di un grande partito ci sono diverse sensibilità che è bene che si esprimano perchè costituiscono una ricchezza.
I problemi sorgono quando queste correnti nascono  dall’incapacità di avere un progetto unitario e condiviso. Perchè il problema di fondo che deve risolvere il PD è proprio questo: esiste un progetto unitario e condiviso a cui tutte le componenti fanno riferimento?
Sicuramente questo progetto non può essere l’antiberlusconismo, per il semplice motivo che venendo meno Berlusconi (prima o poi) verrebbe anche meno la necessità e l’interesse a stare insieme.
Sicuramente non può essere la gestione del potere, perchè questo sarebbe in contraddizione con l’esigenza per cui è nato il PD, cioè la necessità di avere un partito che rompa i vecchi schemi partitici del 20° secolo e affronti in modo completamente nuovo le sfide che si stanno aprendo. E queste sfide sono quelle che riguardano la terza rivoluzione industriale che è alle porte, riguardano un nuovo modo di comunicare, riguardano il rapporto fra partito e cittadini.
Rinchiudersi in ghetti all’interno dei quali sentirsi appagati e protetti, è il modo peggiore per affrontare queste sfide. Restare all’interno del proprio recinto, scrutando con fare torvo e minaccioso chi sta oltre la palizzata, aspettando il momento giusto per impallinarlo, non rappresenta ciò per cui milioni di persone hanno speso il loro tempo per costruire il PD, non solo attraverso le primarie, ma anche e soprattutto con un lavoro giornaliero e appassionato nei circoli e nei vari ambiti di partito.
Mi sembra che molto spesso si giudichino le persone non per quello che hanno da dire e possono fare, ma per come sono schierate in campo. E’ un modo miope di ragionare. La domanda da porre non è “dove ti collochi?” ma piuttosto “quali sono le tue idee, quali sono le tue proposte?”. Se si ragiona sui problemi, forse ci accorgeremo che non siamo poi così distanti. E in ogni caso, per le cose che ci dividono, si attua la sana regola della democrazia, dove la maggioranza fa valere la sua proposta e quella si porta avanti unitariamente, facendo salvo il diritto di critica all’interno del partito. 
Rompiamo gli steccati che sono ancora in piedi, abbandoniamo i nostri recinti e cerchiamo di guardare un po’ più lontano. Anche perchè il partito è esso stesso “parte” e non c’è certo bisogno di ulteriori frazionamenti. Le micro distinzioni per cui ogni giorno uno sente la necessità di creare un micro gruppo, non hanno ragione di essere.  Il Paese è andato allo sfascio per questa mania della distinzione ad ogni costo.
Oggi la tecnologia ci offre possibilità prima impensabili. Innanzitutto di comunicazione. E noi questa comunicazione la dobbiamo utilizzare non solo per affermare il nostro pensiero, ma anche per capire il pensiero degli altri.
Il PD può svolgere appieno la sua funzione se è capace di ascoltare. Ascoltare cosa hanno da dire i cittadini, per lo più giovani, che stanno sperimentando un nuovo modo di intendere la partecipazione.
Il fenomeno degli “indignados” è proprio questo. Una forma forse approssimativa, anarchica, poco organizzata di partecipare, ma capace di condizionare i governi in un momento difficile com’è quello che stiamo vivendo.
Attenzione però, perchè questi giovani sono indignati in particolare verso una politica sempre più autoreferenziale, una politica incapace di risolvere i veri nodi che sono alla base della crisi che sta vivendo oggi il mondo occidentale: eccessivo peso della finanza nel processo economico, forte disparità fra chi è ricco e chi è povero, riduzione della classe media sempre più spinta verso nuove forme di povertà, mancanza di lavoro e quindi di futuro per le giovani generazioni, e su scala più ampia, lo squilibrio inammissibile fra paesi ricchi e paesi poveri. Il vero scandalo dei nostri tempi è che ci sia un miliardo di persone che soffrono la fame mentre un terzo della popolazione mondiale spreca immani risorse.
Occorre non farsi  condizionare dagli schemi che hanno inchiodato la storia recente. E’ necessario considerare le buone proposte da qualunque parte esse arrivino. Abbiamo bisogno di buone pratiche e di buoni esempi. Ne ha bisogno questo Paese dilaniato e sfregiato dalla lunga stagione berlusconiana.  Il PD deve decidere se vuole essere protagonista del  prossimo cambiamento o accontentarsi di rimanere parte minoritaria e subalterna, destinata prima o poi a sparire.

venerdì 5 marzo 2010

Politica pirotecnica e partiti a la vaccinara


Il decadimento della politica in Italia non è altro che il decadimento di ogni senso morale che interessa buona parte della società e sta rendendo il nostro un paese ingovernabile. Siamo arrivati a tal punto di insipienza che la partecipazione alle prossime elezioni amministrative del più importante partito del paese viene messa in discussione dall’urgenza “de magnà quarcosa”. Ma qui non si tratta di bulimia alimentare, si tratta della bulimia del potere che ormai non conosce più ritegno. E’ così radicata la convinzione di farla franca che le regole ormai sono carta straccia. Cosa volete che siano un quarto d’ora in più o in meno, firme buone o firme false, timbro rotondo o quadrato, quando i nostri leader sono i primi a voler stracciare i principi fondamentali del nostro ordinamento?
Regole? Che parola desueta! Gli “uomini del fare” non possono mica stare dietro alle regole che sono solo un impiccio e non permettono di fare niente. Loro che guardano al concreto hanno bisogno di essere liberi da lacci e lacciuoli, perchè quello che conta è il fare. Sì, il fare quel che gli pare.
Anche dalle nostre parti ha attecchito la mentalità del “fare”. Anzi dalle nostre parti c’è il campioncino di questa politica. Una politica fatta di grandi annunci, mirabolanti promesse, illusionistiche parole, ma quanto a fatti ciccia. Se si mettessero assieme tutte le parole dette, le dichiarazioni rilasciate, gli articoli commissionati a giornalisti a busta paga, se ne farebbe una bella montagna. Per non parlare dei progetti straordinari, delle consulenze preziose seguite da parcelle altrettanto preziose, dei convegni, dei piani generali, dei poli di ogni specie, genere, forma, aspetto. C’è un polo per ogni piano commissionato, per ogni consulenza richiesta, per ogni progetto non realizzato.
Oggi però la “politica del fare” sembra essere arrivata al capolinea. Le idee si sono esaurite e i soldi a quanto pare pure. A contare il numero di delibere e determine di questo scorcio d’anno non sembra che in Comune ci sia molto da fare. La politica pirotecnica che voleva trasformare dalle fondamenta questa sonnacchosa città ha lasciato sul terreno solo relitti. Una miriade di rotonde che si stanno inesorabilmente sgretolando, un’ex casa comunale il cui restauro potrebbe gareggiare col restauro del duomo di Milano e il cosiddetto Polo della Cultura che è diventato un pozzo senza fondo di cui saremo presto chiamati a interessarci molto da vicino. Eppure, nonostante i fallimentari risultati di questa politica i conti del Comune sono al collasso. L’anno scorso abbiamo rischiato di non rispettare il piano di stabilità e oggi nel cassetto non è rimasto niente. Ci manca solo di ricevere un’ingiunzione di pagamento e poi il fondo è toccato.

P.S. – Quelli che invece le regole le dettano e pretendono che vengano rispettate in modo ferreo sono i giovani rampanti del centro destra clarense. Loro impongono tempi, modi e termini dei pubblici dibattiti e la liberatoria per le riprese audiovisive non la firmano solo per evitare spiacevoli strumentalizzazioni... di eventuali, probabili bischerate.